La Rete per la Parità contro i silenzi e l’invisibilità

che opprimono le donne e ledono il diritto all’identità.

 Se La storia del nuovo cognome è il titolo di un libro di grande successo questa parte del sito, ancora in fase di completamento e aggiornamento, potrebbe essere tranquillamente intitolata La lunga storia del nuovo cognome.  

Questa sezione del sito è infatti dedicata alla raccolte di notizie e di documenti relativi alla riforma del cognome, la lunga vicenda italiana iniziata oltre 72 anni fa con l’entrata in vigore della Costituzione e non ancora conclusa.

Una vicenda emblematica di ritardi, di indifferenza, di frequenti richiami a cose più importanti e urgenti, che caratterizzano in Italia il lungo e difficile cammino verso la piena parità formale e sostanziale uomo-donna e la completa attuazione della Costituzione.

 La riforma organica del cognome è stata definita indifferibile dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 286 dell’8 novembre 2016 per assicurare il rispetto dei principi costituzionali che tutelano il diritto all’identità del figlio e della figlia (art. 2 Cost.), l’uguaglianza davanti alla legge senza distinzione di sesso (art. 3 Cost.) e l’uguaglianza tra i coniugi (art. 29 Cost.).

Come l’odio nella violenza psicologica si può realizzare anche con il silenzio, la sopraffazione degli uomini sulle donne che in altre parti del mondo si avvale dell’invisibilità imposta con il burka o analoghi costumi, nei paesi occidentali può concretizzarsi in una narrazione che trascura le donne nella storia, nella toponomastica, nei mass media e nell’anagrafe.

La Rete per la Parità, contro i silenzi e l’invisibilità che opprimono le donne e ledono il loro diritto all’identità, sin dalla propria fondazione nel 2010 ha inserito la questione del cognome della madre all’interno di una delle sue 3 linee guida: Mai più donne invisibili.

Successivamente l’associazione, come preannunciato nel 2011 dalla presidente Rosa Oliva nella relazione al Convegno Nominare per esistere: nomi e cognomi, organizzato dal Comitato per le Pari Opportunità dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, ha presentato un proprio atto d’intervento nel giudizio davanti alla Corte costituzionale derivante dal ricorso contro il Comune di Genova dei coniugi Galli e Magalhães, patrocinati dall’avvocata Susanna Schivo.

Grazie a tale ricorso in Italia l’imposizione del solo cognome paterno con la sentenza n. 286 dell’8 novembre 2016, è stato scalfito dalla Corte costituzionale che però, nel rispetto della separazione dei poteri,  si è limitata a consentire nell’immediato l’aggiunta del cognome della madre su richiesta dei genitori, quindi subordinandola al consenso del padre, e ha rinviato al legislatore  l’indifferibile riforma organica, necessaria per assicurare il rispetto dei principi costituzionali.

In questi 4 anni incessante è stato l’impegno della Rete per la Parità per far conoscere gli effetti immediati della decisione della Corte costituzionale e nel chiedere a Governo e Parlamento la riforma organica del cognome. Impegno sostenuto dalle associazioni e dalle università aderenti, in particolare Zonta, al quale apparteneva Maria Magnani Noya, prima sindaca di Torino, che presentò già nel 1979 la prima proposta di legge in materia di attribuzione del cognome a figli e figlie rispettoso della parità tra i coniugi.

Un impegno accompagnato dalla denuncia delle molteplici discriminazioni strutturali di genere e dalla violazione di obblighi internazionali. Da ricordare che l’Avvocata Antonella Anselmo innanzi alla Corte, ha sottolineato che la  Rete per la parità ritiene necessario sostenere le ragioni delle tante coppie italiane che testimoniano quotidianamente il rispetto reciproco, l’eguaglianza nei rapporti familiari e la condivisione della responsabilità genitoriale verso i figli.