Impugnativa davanti alla Corte costituzionale della Legge statutaria sarda: un’occasione persa, ma se vuole il Presidente del Consiglio dei Ministri fa ancora in tempo a rimediare

Il Consiglio dei Ministri del 2 agosto ha deciso di impugnare davanti alla Corte costituzionale la legge statutaria elettorale sarda ma non per le motivazioni espresse nella richiesta avanzata il 24 luglio da molte Associazioni sarde e nazionali, riguardanti l’incompletezza della legge, che con l’art. 4 comma 4 introduce soltanto un tetto alle candidature di ciascun genere senza garantire le pari opportunità.

Un’occasione persa, ma se vuole il Governo può rimediare: c’è ancora l’intero mese di agosto per integrare la decisione del Consiglio dei Ministri, secondo la richiesta formalmente inoltrata al Presidente del Consiglio dall’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria, che riunisce 55 organismi tra i quali anche la Rete per la Parità.

L’unica norma considerata dal Governo è quella dell’art. 22 comma 3, che riguarda la previsione dell’incandidabilità/ineleggibilità del (della) presidente della Regione in caso di dimissioni prima della fine naturale della legislatura.

Il colmo è che il contrasto individuato dal Ministro Delrio, riferito all’articolo 22, comma 3, riguarda due articoli (3 e 51 della Costituzione), che sono tra quelli da considerare, secondo le associazioni, ai fini del ricorso alla Corte costituzionale ma con riferimento all’articolo 4 comma 4, che omette di promuovere con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini.

Il Governo, quindi, si è mosso solo per difendere i diritti di chi copre cariche istituzionali, trascurando del tutto le questioni di genere.

Il primo, grave e clamoroso effetto della delega alle Pari Opportunità a una viceministra – denunciano le Associazioni – e non ha neanche funzionato, com’era facilmente prevedibile, il pubblico impegno da parte di Enrico Letta a farsi carico nel CdM delle questioni per le Pari Opportunità e a invitare la viceministra ogni volta che tali questioni sarebbero state trattate.

Roma. 4 agosto 2013

segreteria.reteperlaparita@gmail.com


Scarica la lettera al Presidente del Consiglio Enrico Letta

L’emendamento che esclude gli stalker dalla custodia cautelare in carcere è una misura indegna di un Paese civile. Il movimento Se Non Ora Quando, nato dalle piazze il 13 febbraio 2011, critica aspramente la modifica votata da Palazzo Madama al decreto “svuota carceri” con il parere favorevole del Governo e chiede alla Camera di invertire la rotta e rimediare al grossolano errore.

Prevedendo che la custodia cautelare in carcere (articolo 280, comma 2, del Codice di procedura penale) sia limitata solo “ai delitti, consumati o tentati, per i quali sia prevista la reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni”, la norma salva gli stalker dalla custodia cautelare, perché il reato di stalking prevede una pena detentiva dai sei mesi ai quattro anni.

La modifica porta così al paradossale risultato di non contrastare affatto con misure congrue l’escalation di femminicidi, il più delle volte preceduti da molteplici denunce delle vittime nei confronti di chi poi si trasforma nel loro assassino.

Se Non Ora Quando esprime il suo sdegno e auspica che la commissione Giustizia della Camera sani questa palese ingiustizia. Di ben altro hanno bisogno le donne perseguitate dai propri stalker, a partire da un Piano nazionale antiviolenza, nonché della piena attuazione delle indicazioni comunitarie e internazionali per prevenire abusi e maltrattamenti.

Sbagli o disattenzioni non possono più accadere visto il ripercuotersi sulle vittime di una violenza gratuita, umiliante e purtroppo letale, quando non fermata in tempo. La modifica del testo è indispensabile: le deputate e i deputati di tutte le forze parlamentari diano prova della sensibilità delle Istituzioni e della politica tutta riguardo un dramma che coinvolge migliaia di donne. Il faro c’è, ed è quella Convenzione di Istanbul che questo stesso Parlamento ha appena ratificato all’unanimità.”

Al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

Illustre Presidente,
nel prossimo mese di settembre dovrà essere nominato un nuovo Giudice Costituzionale per la scadenza naturale di un mandato.

Poiché attualmente la Corte Costituzionale vede la presenza di una sola Giudice, sottoponiamo alla Sua attenzione l’opportunità di nominare un’altra donna per rivestire tale ruolo.

Le rivolgiamo questo caldo invito poiché riteniamo non giustificabile l’attuale esigua presenza femminile, anche in considerazione della possibilità di individuare agevolmente tra le donne competenze adeguate.

Come Accordo di Azione Comune per la Democrazia Paritaria – ricorderà che abbiamo avuto l’onore di essere state da Lei ricevute nell’aprile 2012 – da anni stiamo sostenendo a tutti i livelli e nelle varie circostanze la necessità di incrementare le presenze femminili nei luoghi della rappresentanza politica e istituzionale del nostro Paese. L’intento delle 55 Associazioni che hanno sottoscritto l’Accordo è quello di colmare il divario – ormai insostenibile e ingiustificabile – tra le competenze delle donne italiane e la loro presenza sulla scena pubblica.

Contiamo dunque sulla Sua sensibilità e sui richiami da Lei più volte esplicitati circa la necessità di dare valore alle donne italiane anche allo scopo di sostanziare la nostra democrazia e rinvigorirne la presenza a tutti i livelli pubblici.

Le inviamo i nostri deferenti saluti.

ACCORDO COMUNE PER LA DEMOCRAZIA PARITARIA

per contatti :
Daniela Carlà /cell 331 6986527 – 338 8379840
Marisa Rodano / cell 339 8880635
Roberta Moroni / cell 347 7502895

Egregio Signor Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni,

salutiamo come molto positive le nuove disposizioni relative ai criteri e ai vincoli per le prossime nomine nei CDA e collegi sindacali di importanti società partecipate dallo Stato: prendiamo atto con piacere dell’impegno di questo Governo per criteri di nomina che garantiscano trasparenza, onestà, merito, competenza e per una ricerca di talenti e competenze che rompa l’inveterata concentrazione delle responsabilità in poche (e sempre le stesse) mani. Siamo convinte che sia questa una strada da battere per far uscire il nostro paese dall’immobilismo e sostenere quel che in esso c’è di valido e dinamico.

Riteniamo tanto più importante che in questo quadro ci siano stati, nel corso del dibattito in Aula al Senato sui criteri per le nomine, precisi ed espliciti richiami alla legge 12 luglio 2011, n. 120, e al successivo decreto, relativi alla presenza di donne negli organi dirigenti di società di questo tipo. Inoltre la mozione TOMASELLI, approvata il 19 giugno scorso, cita espressamente il decreto del Presidente della Repubblica 30 novembre 2012, n. 251, che impone che almeno un terzo dei componenti di ciascun organo sociale appartenga al genere meno rappresentato, stabilendo che per il primo rinnovo successivo all’entrata in vigore del regolamento tale soglia sia almeno pari a un quinto.

Abbiamo notato, però, che tale esplicito richiamo è scomparso dalla Direttiva del 24 giugno emanata dal Suo Ministero. Tale mancanza ci allarma, per precedenti esperienze, dove abbiamo visto perdere per strada norme di garanzia di genere innovative (come quella sulla par condicio di genere nei Media introdotta dalla L. 215 del 2012), fino al loro annullamento di fatto. Poiché come Ministro Lei si è riservato l’insieme di atti di alta amministrazione per la piena realizzazione della Direttiva, La invitiamo a dar corso a quanto previsto dalle disposizioni della legge su menzionata, anche con un’attenta vigilanza rispetto ai singoli e specifici atti amministrativi che il Suo Ministero va emettendo su questa materia.

– Suggeriamo inoltre che le due società incaricate per la raccolta e primo vaglio dei curricoli vengano da codesto Ministero impegnate a fare quanto accade da anni in altri paesi, che delle competenze e talenti delle donne intendono realmente usufruire:
1. che siano raccolti per almeno il 33 % curricoli di donne (un giornalista italiano chiedeva a un cacciatore di teste norvegese come facessero a trovare donne per i posti di responsabilità, visto che è difficile trovarle. La risposta fu: le cerchiamo, e le troviamo sempre).
2. che tali società facciano riferimento alle numerose fonti ormai esistenti in tal senso: in particolare i data base Ready for Board Women, quello della Fondazione Bellisario, l’elenco con oltre mille nominativi già a suo tempo inviato a codesto Ministero dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, oltre a vari altri elenchi creati a livello locale.

– Chiediamo che la dimensione di genere sia esplicitamente considerata nelle operazioni di monitoraggio previste dalla Sua Direttiva, che a nostro parere va in tal senso formalmente integrata.
– Suggeriamo, infine, che il Comitato di garanzia ivi previsto, ove abbia a venire in essere, sia composto di donne e uomini in numero uguale, a garanzia anche di quanto stiamo sottoponendo alla Sua cortese attenzione.

Siamo consapevoli che tutto ciò renderà ancora più complessa la difficile partita a Lei affidata, ma riteniamo che il rispetto della legge 120, anche magari con anticipazioni già ora al 33% di nomine al femminile, sia del tutto in linea con l’esigenza di rinnovare e rendere più efficiente la dirigenza di importantissime aziende, al cui buon andamento come cittadine e contribuenti siamo strettamente interessate.

Inviamo i nostri più cordiali saluti.

Roma, 30 giugno 2013
La presidente Rosanna Oliva


Leggi anche la direttiva MEF giugno 2013


Riferimenti:


“Lo spacchettamento delle deleghe della Ministra dimissionaria Josefa Idem non può essere una soluzione definitiva.” Lo afferma la Rete per la Parità che come altre associazioni aveva chiesto con una formale lettera (in http://www.reteperlaparita.it/dimissioni-idem-la-rete-per-la-parita-chiede-la-nomina-di-una-nuova-ministra-alle-pari-opportunita/) al Presidente del Consiglio la nomina di una nuova Ministra.

Non si comprende come mai il Governo abbia scelto solo per le Pari Opportunità, materia tipicamente trasversale ad ogni argomento, di attribuire la delega ad un vice ministro che non partecipa, se non invitata e senza diritto al voto, al Consiglio dei Ministri, mentre vi partecipano a pieno titolo i due Ministri delegati alle politiche giovanili e allo sport.

Formalmente il vero delegato sarebbe il Ministro del lavoro? Torniamo alla situazione Fornero, o, peggio, a prima della Conferenza di Pechino del 1995?

Il grave inconveniente non può quindi essere superato immaginando uno specifico invito di volta in volta alla Vice Ministra, e spetta al Presidente del Consiglio trovare la soluzione definitiva e completa ai problemi aperti dalle dimissioni di Idem, che non possono ritenersi risolti solo attraverso il mantenimento degli equilibri esistenti tra le forze politiche che compongono il Governo.

Roma, 27 giugno 2013

La Rete per la Parità, preoccupata per l’annuncio che le deleghe della ministra dimissionaria potrebbero essere ridistribuite all’interno dell’attuale compagine governativa, chiede, se questa fosse la soluzione temporanea dettata dall’urgenza, che si individui almeno anche una sottosegretaria con la delega alle Pari Opportunità.

La Rete per la Parità, che riunisce associazioni nazionali e Università, ritiene comunque utile, o, meglio, necessaria, la nomina di una nuova ministra, e chiede che la scelta rimanga estranea a vecchie logiche spartitorie e sia sostenuta anche dalla consultazione di associazioni e gruppi impegnati su queste tematiche.

Servono modi innovativi di affrontare i problemi – prosegue la lettera aperta inviata al Presidente del Consiglio e diffusa sul WEB – e quelli con cui deve confrontarsi la Ministra per le Pari Opportunità riguardano trasversalmente tutte le priorità nell’agenda di Governo. Dall’occupazione giovanile, o, meglio, delle donne e dei giovani, all’impoverimento del Paese, alla violenza contro le donne, alle riforme istituzionali, a partire da una legge elettorale che la Rete per la Parità ha chiesto si collochi in una prospettiva di democrazia paritaria.

La lettera conclude segnalando i nomi di donne impegnate su queste tematiche, a partire dalle due parlamentari Valeria Fedeli e Monica Cirinnà, e poi Linda Laura Sabbadini, Daniela Carlà, Chiara Saraceno e Marilisa D’Amico.

Rosanna Petillo
Giornalista – fotografa
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Leggi la lettera aperta al Presidente del Consiglio – On.le Enrico Letta


di Vanna Palumbo

“Gli ideali politici dei popoli oppressi possono essere soltanto la libertà’ e la giustizia; la loro forma organizzativa può essere soltanto democratica”. Leggere queste righe di Hannah Arendt, scritte durante l’esilio parigino, prima del suo soggiorno in America, parole che rimandano alla genesi del pensiero politico della scrittrice ebraica, suggerisce una chiave interpretativa valida per la lettura dei fatti, anche dell’oggi. Dunque, ad esempio, del grande tema della condizione della donna in Italia e nel mondo, orizzonte, quest’ultimo, cui fare riferimento per una migliore comprensione del processo di ripresa di protagonismo del movimento delle donne. Processo che, qui da noi, ha visto un’insperata quanto necessaria rivitalizzazione con la corale reazione salita dal Paese alla definitiva presa d’atto della mortificazione della persona-donna dilagata in misura via via crescente, oltre ogni sopportabile limite, negli ultimi 20 anni, sotto l’egemonia ‘culturale’ del centrodestra italiano e del suo capopopolo Berlusconi.
Parliamo di quella fiammata di indignazione che va sotto il nome di Se non ora, quando?<!Era il 13 febbraio del 2011 quando ad un appello di mobilitazione lanciato da un nutrito gruppo di donne impegnate nella cultura, nel sindacato, nell’associazionismo di genere e nella politica giunse una risposta tanto grande, forte, diffusa, da appuntare quella data come l’inizio di un nuovo cammino delle donne italiane.

Una avvertita sensibilità ha da allora pervaso i luoghi della politica, delle decisioni, delle scelte. Con pochi risultati ascrivibili ad una nuova agenda women oriented e, ancor più, ad un assetto più democratico della nostra ‘cosa pubblica’. Ma con l’innegabile merito, anche grazie al cambio di governo, di aver quantomeno rimesso in asse quel piano inclinato lungo cui continuavano a scivolare il ruolo e l’immagine femminile in un inarrestabile declino della dignità pubblica e privata delle donne. Un degrado percepito e risultato indigeribile anche a molte delle sostenitrici ed elettrici del tycoon e, nondimeno, a molte delle stesse esponenti del suo partito.
Non ha mai avuto vita facile Snoq con il suo Comitato promotore, lievitato via via – mediante cooptazione – fino al pletorico numero di 40 ed oltre.

All’entusiasmo incontenibile della prima e della seconda ora, dal lancio dell’appello alla fase euforica del postmanifestazione di piazza del Popolo a Roma, alla conseguente proliferazione di bandierine di Snoq disseminate sull’intero stivale con la nascita di Comitati territoriali, era seguita, nel breve giro di mesi, un’insistente domanda di più netta definizione identitaria e, accanto ad essa, la richiesta di una continuità d’azione politica cui l’embrionale movimento nel suo complesso e, nello specifico, il suo ‘vertice’ – raccolto perlopiù intorno a poche singole personalità del mondo culturale – non erano pronti a fornire.

Ma il treno del nuovo femminismo era oramai lanciato sul binario ad alta velocità e, sospinto da una corrente divenuta impetuosa, prometteva di non arrestarsi se non dinanzi ad una apprezzabile inversione di quella tendenza alla marginalità, all’irrilevanza, quando non alla mercificazione del corpo delle donne e delle donne stesse, troppo spesso salite all’onore della cronaca come merce di ‘scambio’ e di ‘premiazione’ della fedeltà politica, al pari delle tangenti o dei benefits aziendali.

Il bilancio dei due anni del movimento, o rete di Snoq, mostra luci ed ombre. Un faro si è acceso soprattutto sull’aspetto eminentemente culturale e di mentalità delle donne stesse che, seppur non ancora di massa, ha toccato molti degli ambiti dell’attività delle donne. Con un primo dato assolutamente positivo e per niente disprezzabile sul piano della rappresentanza politica – affermatosi su un terreno già dissodato da anni di impegno di altre associazioni – dell’irruzione della doppia preferenza di genere per le elezioni amministrative che, sebbene al di sotto delle aspettative, ha comunque registrato molte più donne che in passato nei Consigli regionali, comunali e circoscrizionali.

Ma è sul piano dell’accresciuta consapevolezza di quella che si configura come una ‘segregazione’ nella vita sociale e lavorativa, o nell’esclusione dall’effettiva rappresentanza politica, istituzionale, dei corpi sociali intermedi che il nuovo corso italiano ha fatto centro. Indagini specifiche, ricerche, studi e comparazioni con altri paesi sono entrati, anche grazie ad un’informazione più attenta (la femminilizzazione del lavoro nelle redazioni e nel sistema dei media e della comunicazione è dato acquisito da tempo) si sono affiancate alle normali rilevazioni statistiche evidenziando ad una platea sempre più ampia di donne e di uomini quel ritardo storico e quel gender gap la cui gravità ed anomalia erano rimaste fin lì relegate ad organizzazioni, associazioni o gruppi che di questa stortura del sistema democratico e della sua denuncia avevano fatto la loro ragion d’essere.

Ecco, Snoq ha come sdoganato un dibattito rimasto suo malgrado asfittico e fatto affiorarequella coscienza rimasta fin li silente in tante donne estranee ai movimenti esistenti. Tutto merito di Snoq? No di certo! Le donne, giovani e meno giovani, mobilitatesi il 13 febbraio nelle città come nella provincia italiane erano pronte, e in buona misura già presenti in un movimento diffuso, come in attesa di un segnale! E da allora allora hanno proseguito a gremire, con una propria caratterizzazione, le piazze, i palazzetti dello sport, i convegni, le assemblee rivendicando i loro diritti e indicendo proprie iniziative pubbliche, costruendo loro ‘piattaforme’ e, in definitiva, imponendo una nuova, diversa, lettura dei fatti del Paese.

È stata conseguenza non eludibile, percio’, che all’Assemblea nazionale del 1° e 2 giugno scorso i Comitati territoriali di Snoq ascendessero al governo del movimento. Favoriti, in ciò, dal saggio sostegno di una parte consistente del Comitato promotore, nel frattempo logoratosi in diatribe interne definite, da entrambe le parti in conflitto, “non piu’ sanabili”

E tornano le parole della Arendt: la forma organizzativa – insistentemente al centro della vivida discussione dei primi di giugno – di un popolo ‘oppresso’, qual è quello delle donne, non può che essere democratica. Faticosamente ed inesorabilmente democratica.

Quanto agli ideali di libertà e giustizia, il confronto rimane aperto. E sarà tema appassionante, c’è da crederci, dell’Assemblea generale di fine settembre e del Coordinamento dei Comitati territoriali o tematici -fra i quali ricomprendere i due tronconi nei quali il comitato promotore oggi si riconosce, quello di Snoq Libere e il neonato Snoq Factory- convocato per metà luglio.

Dopo gli stop and go della fase ‘adolescenziale’ e il bagno democratico che ha generato la pur perfettibile forma organizzativa, Snoq non ha alternative: deve imboccare la strada di una nuova cultura politica, deve costruire una visione ed una credibilità nuove, generare alleanze, definire nuovi percorsi di azione ed iniziativa pubblica. Lo deve alle donne. A tutte le donne.

Neo-elette Sindache, neo-eletti Sindaci,

ci rivolgiamo a Voi, all’indomani del risultato elettorale conseguito, perché uno dei primissimi compiti che Vi spetta è la nomina degli Assessori che comporranno le Giunte dei Comuni che dovrete amministrare.

Riteniamo, infatti, doveroso ricordarVi che tra i criteri che orienteranno le Vostre scelte ve n’è uno ineludibile: il rispetto della parità di genere.

Il principio non è consacrato soltanto a livello sovranazionale (in particolare dalla Carta di Nizza, ora dotata di valore giuridico, che impone la parità tra i sessi “in tutti i campi”) e dalla nostra Costituzione (precisamente dall’art. 51, che garantisce e promuove condizioni di uguaglianza nell’accesso a tutti gli “uffici pubblici”); un vincolo deriva, infatti, anche dalla legge, rivolta specificamente alle amministrazioni locali.

L’art. 6 Tuel già stabiliva che gli statuti dei Comuni dovessero introdurre norme per “promuovere” la presenza di entrambi i sessi nelle Giunte, negli organi collegiali, enti, aziende ed istituzioni da essi dipendenti.

Oggi la portata vincolante di questa previsione è stata però resa ancor più inequivocabile grazie alla novella introdotta dalla legge n. 215 del 2012 (recante disposizioni per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali e nei consigli regionali. Disposizioni in materia di pari opportunità nella composizione delle commissioni di concorso nelle pubbliche amministrazioni).

Per effetto di questo intervento normativo quello che prima era un obiettivo da “promuovere” è diventato ora un risultato da “garantire”.

A conferma del fatto che si tratta di un obbligo immediatamente operante, al quale le neo-elette Sindache e i neo-eletti Sindaci devono attenersi sin da subito, l’art. 46 Tuel espressamente afferma che “Il sindaco e il presidente della provincia nominano, nel rispetto del principio di pari opportunità tra donne e uomini, garantendo la presenza di entrambi i sessi, i componenti della giunta”.

Vi ricordiamo che già nella vigenza della precedente formulazione normativa l’assenza o la scarsa presenza di donne nelle Giunte degli enti locali (così come negli Esecutivi delle Regioni) è stata censurata dalle autorità giudiziarie, adite da cittadini e associazioni per veder rispettato il principio della parità.

A maggior ragione, dunque, i Giudici non esiterebbero oggi ad annullare i decreti di nomina delle Giunte in via di formazione qualora queste fossero ‘affette da squilibrio di genere’. Essi riscontrerebbero, infatti, la diretta violazione delle disposizioni contenute nella legge n. 215 del 2012, disposizioni che, peraltro, sono state già interpretate nel senso che non potrebbe di certo soddisfare il vincolo da esse posto la mera presenza di un rappresentante per ogni genere. Il presupposto su cui si basa questo intervento normativo è, infatti, che gli organi decisionali sono in grado di guadagnare in termini di funzionalità ed efficienza quando donne e uomini siano in essi congruamente rappresentati.

Per queste ragioni Vi invitiamo a formare Giunte composte in modo paritario, nelle quali non solo sia garantito l’equilibrio tra i generi, ma siano altresì assegnati, senza discriminazioni, gli assessorati di rilevante peso politico.

Diversamente, non ci asterremo dal far valere il rispetto della parità tra i generi dinanzi alle autorità giudiziarie competenti, impugnando gli atti di nomina delle Giunte per violazione di legge.

Ci auguriamo di non dover procedere a ricorsi, in quanto questa volta potrebbero essere accompagnati anche da azioni per accertare eventuali responsabilità per atti consapevolmente compiuti in violazione di legge, dai quali potrebbero derivare gravi conseguenze non solo economiche a danno della collettività.

In tal senso ha deliberato l’Assemblea della nostra Associazione, tenutasi lo scorso 5 giugno.

E’ gradita l’occasione per inviare i nostri più cordiali auguri di buon lavoro.

Roma, 13 giugno 2013

La Presidente
Rosanna Oliva

Il treno delle riforme attende ancora il via.
Numero 2 aggiornato al 3 giugno

Le questioni di genere non possono essere trascurate. Il Convegno della Rete per la Parità si pone l’obiettivo di richiamare a una visione di genere le istituzioni: Presidenza della Repubblica, Governo, Parlamento, Partiti e Movimenti, alle prese con il difficile avvio delle riforme.
Se saremo ascoltate, la complessità del tema delle riforme se ne avvantaggerà, sarà il segnale che coloro cui il compito è affidato, quasi esclusivamente uomini, stanno agendo nell’interesse generale, desiderano davvero modificare le leggi per eliminare ostacoli all’attività pubblica e adottano decisioni non nell’ottica di interesse di singoli gruppi ma di tutte e tutti.

Tempo fa, nello scegliere la prima settimana di giugno per questo incontro eravamo consapevoli che sarebbe stato il momento giusto.

La fortuna ci ha anche aiutato, perché proprio alla fine di questa settimana, dopo un percorso di poco più di un mese dal 28 aprile, giorno del giuramento del Governo Letta, il cammino del treno delle riforme, che in un proprio post Aspettare stanca ha definito piuttosto un bus Stop & Go, dovrebbe arrivare ad una prima tappa: il Disegno di Legge del Governo, che fa seguito alla mozione bipartisan approvata dal parlamento. Non sono mancate le polemiche per una mozione che non fa cenno della riforma della legge elettorale e la mancata approvazione di quella proposta dal vicepresidente del Senato, il PD Giachetti, per il ritorno al Mattarellum.

Anche le preoccupazioni non mancano, innanzitutto perché, la riforma elettorale sembra oscurata e rinviata a un momento successivo, ma anche per il rischio che potrebbe correre tutto l’impianto democratico nell’ipotesi di una revisione della Costituzione che, con l’introduzione del presidenzialismo o semipresidenzialismo, dovrebbe comportare un riassetto drastico dell’intero sistema di equilibrio tra poteri.

Per la verità anche la cosiddetta “messa in sicurezza” dell’attuale legge elettorale preoccupava non poco.
L’inizio del cammino verso le riforme elettorali in questa legislatura potrebbe essere fissato al 16 aprile, prima ancora del Governo Letta, con le parole del Presidente della Corte costituzionale Gallo che ha ricordato che molti, troppi, sono stati gli inviti a legiferare rivolti alle Camere rimasti «finora inascoltati». Tra gli appelli indirizzati al Parlamento dalla Corte, Gallo ha ricordato anche quelli relativi ai pronunciamenti della Consulta che invitano ad «introdurre una normativa che abbia una maggiore considerazione del principio costituzionale di uguaglianza fra uomo e donne.”

Tra le cose raccomandate alle Camere e disattese, Gallo ha sottolineato inoltre che la Consulta «ha invano sollecitato il legislatore a riconsiderare gli aspetti problematici della legge elettorale”.
In relazione agli sviluppi che sta avendo di ora in ora la questione delle riforme all’attenzione del Governo e del Parlamento, vi mettiamo al corrente che nei giorni scorsi, quando sembrava che il Consiglio dei Ministri avrebbe insediato una commissione di esperti, tutti uomini, cui affidare il compito di proporre le riforme, l’Accordo di azione comune per la democrazia paritaria ha chiesto una commissione paritaria.

Inoltre, come direttivo della Rete per la Parità, ci siamo affrettate a segnalare al presidente del Consiglio, alla ministra per le Pari opportunità e al ministro per le Riforme nove nomi di esperte.

Ci fa piacere che anche la competenza e l’esperienza delle donne siano state prese in considerazione come meritano.
Come Rete per la Parità abbiamo chiesto anche la consultazione di associazioni e gruppi: servono modi innovativi di affrontare i problemi.

Il treno delle riforme è fermo in stazione. Sembra invece che sia partito uno strano bus, di quelli a due piani STOP and GO, sul quale c’è chi sale e chi scende a piacimento.

E questo strano bus a volte fa addirittura marcia indietro.

Difficile seguire con tempestività l’evolversi della situazione, dagli annunci del Presidente del Consiglio all’atto dell’insediamento, e all’uscita dallo “spogliatoio”, intercalati con quelli del Ministro alle riforme e le notizie che emergono dai vari incontri, alcuni ufficiali, come quello avvenuto al Quirinale con il Ministro per le riforme e i Presidenti delle Commissioni Camera e Senato e altri di cui è dato riscontrare solo il risultato.
I corni del dilemma sono addirittura più dei classici due.

Il Governo deve fare i conti con le posizioni contrapposte al proprio interno: del PDL, che mira alle riforme della seconda parte della Costituzione, ma non ha nessun interesse a cambiare il porcellum, imposto a colpi di maggioranza nel 2005, e il PD, che vedrebbe molto bene un ritorno immediato al Mattarellum con piccoli ritocchi e teme colpi di mano del PDL su parti sostanziali della Costituzione.

A ciò si aggiunga la grave anomalia di un ruolo predominante che il Governo è chiamato ad assumersi per le riforme, a partire da quelle elettorali, che contrasta con quello di capofila che spetta al Parlamento.
Da qui le giuste reazioni di chi ha criticato l’ipotesi della Convenzione come prospettata in un primo momento, assolutamente inaccettabile, e risulta ancora scettico anche rispetto ad altre ipotesi, ridimensionate, che di volta in volta sono annunciate.

Il prossimo 2 giugno Libertà e Giustizia scenderà in piazza a Bologna per rinnovare un atto di fedeltà alla Costituzione e mandare un forte appello alla politica affinché rinunci al progetto e non si stravolga l’impianto complessivo della nostra Carta.

Sembrerebbe, stando alle ultime (nel senso di più recenti), dichiarazioni del Ministro per le riforme, sia nell’audizione a Commissioni Prime riunite svoltasi del 22 maggio (sospesa e rinviata per le conclusioni al 28 prossimo), sia nei comunicati successivi, che si stia profilando un accordo per le riforme che inizi con ritocchi al Porcellum.

Ritocchi destinati a evitare di avere una legge elettorale delegittimata perché in attesa del giudizio della Corte costituzionale, al quale la Cassazione ha inviato il ricorso dell’avv.to Aldo Bozzi [1].

Si tratta del nipote omonimo del presidente della prima Commissione parlamentare per le riforme che nel 1983, come altre in seguito non portò alcun risultato [2].

E si prospetta l’ipotesi della modifica solo della percentuale necessaria per usufruire del premio di maggioranza e dell’eventuale introduzione delle preferenze. Un rimedio peggiore del male, anche se battezzato “messa in sicurezza”perché imporrebbe molto probabilmente , nel caso di ritorno alle urne, di nuovo un Governo di larghe intese.

Il classico serpente che si morde la coda. Il porcellum colpisce ancora. Il seguito al prossimo post, dopo l’audizione del Ministro per le Riforme, anche per trattare l’argomento delle norme di garanzia di genere.


[1] La ribellione personale di Aldo Bozzi http://www.radio24.ilsole24ore.com/notizie/2013-05-17/porcellum-parola-consulta-ribellione-144104.php

[2] Commissione Bozzi http://www.camera.it/parlam/bicam/rifcost/dossier/prec03.htm